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Come funziona la diffamazione su Facebook

La diffamazione su Facebook può portare a gravi conseguenze: per questo tipo di reato è infatti prevista un’aggravante.

 

Anche la Cassazione ha affrontato il tema: in una sentenza del 2016, ha spiegato che “anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata (..), poiché (..) ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone”.

 

È quindi opportuno stare molto attenti a ciò che si scrive in rete: se le parole non rientrano nei limiti di quanto è consentito dalla legge si rischia sia una condanna penale, sia di dover risarcire il danno alla persona offesa.

 

Cosa si intende per diffamazione

Si può parlare di “diffamazione” anche in caso di offese indirette, cioè quando l’intento diffamatorio viene raggiunto con mezzi indiretti (es. le allusioni), suscitando dei dubbi sulla condotta della persona che subisce la diffamazione. 

 

Ciò avviene non solo attribuendo falsamente un fatto illecito, ma anche divulgando fatti che, seppur leciti, potrebbero suscitare disapprovazione da parte dei conoscenti della vittima, ponendosi in contrasto con norme etiche universalmente riconosciute.

 

È quindi opportuno ponderare bene le parole!

 

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Assicurazione: cosa succede in caso di infortunio al conducente?

In caso di incidente stradale, il conducente alla guida del veicolo responsabile non è coperto in caso di eventuali danni fisici

Infatti, la polizza RC Auto copre solo i danni agli altri veicoli, alle cose, i danni alle persone ed agli animali di terzi coinvolti nell’incidente, oltre che tutti i passeggeri. 

 

Integrando la polizza RC Auto con la polizza infortuni conducente, invece, si ha diritto a un indennizzo economico in caso di danni fisici. La polizza infortuni conducente, infatti, riconosce un importo per i danni fisici subiti dal conducente del veicolo coinvolto in un incidente, anche in caso di colpa. 

 

La polizza andrà a rimborsare le spese mediche e le lesioni cagionate al conducente conseguenti al sinistro e spesso prevede anche una somma in “caso morte” da pagarsi a favore degli eredi.

 

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Indennizzo durante spostamenti per lavoro

Gli incidenti durante gli spostamenti per lavoro sono coperti dall’assicurazione dell’azienda?

 

Dal punto di vista legale, l’infortunio sul lavoro comprende gli incidenti a danno del lavoratore accaduti nei seguenti contesti: 

  • durante l’orario di lavoro;
  • durante gli spostamenti da una sede all’altra dell’azienda;
  • durante gli spostamenti per visitare clienti;
  • durante il tragitto da casa alla sede lavorativa e viceversa.

 

Se dunque il lavoratore viene coinvolto in un sinistro stradale mentre si sta recando a lavoro, a tutti gli effetti ha subìto un infortunio sul lavoro

Questo prevede l’intervento dell’Inail, indipendentemente dalla responsabilità nell’evento: significa che, anche se sia stato il lavoratore ad aver causato il sinistro, verrebbe comunque risarcito dall’ente. L’indennizzo Inail infatti si comporta come una polizza infortuni e prescinde pertanto dalla responsabilità del conducente.

 

A quanto ammonterà l’indennizzo? 

L’ammontare dell’indennizzo dipenderà dall’entità delle lesioni.

Precisiamo che esiste una franchigia del 5%. Di conseguenza l’Inail erogherà l’indennizzo in capitale (unico versamento) solo per le invalidità dal 6 al 15%, mentre per le invalidità dal 16% in poi erogherà una rendita. Tale rendita non passa in eredità: in caso di premorienza del danneggiato l’Inail interromperà i versamenti.

 

Cosa succede se la colpa non è del lavoratore?

Nel caso in cui il lavoratore non sia responsabile del sinistro può chiedere il risarcimento in ambito Rca, anche perchè l’ammontare dell’indennizzo fornito dall’Inail tende ad essere inferiore e non eroga il cd danno morale. 

Tuttavia, all’Inail spetta comunque il diritto di rivalsa nei confronti dell’assicurazione per l’invalidità dal 6%. Di conseguenza, dall’ammontare del risarcimento assicurativo verrà tolta la somma che l’Inail erogherà al lavoratore come capitale o come rendita, e il lavoratore riceverà solo la differenza.

 

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Mantenimento di figli maggiorenni: cosa dice la Legge?

Molte persone hanno l’errata convinzione che raggiunta la maggiore età del figlio, il genitore non debba più provvedere economicamente allo stesso. 

 

Nulla di più errato: infatti, il genitore è sempre tenuto a provvedere al mantenimento del figlio, anche se maggiorenne, a patto che non si possa dimostrare che questi ha raggiunto l’indipendenza economica, o che il mancato svolgimento di un’attività dipende dal suo comportamento inerte o dal rifiuto ingiustificato dello stesso.

 

Mantenimento dei figli a seguito della separazione dei coniugi

La Corte di Cassazione ha più volte ribadito come, a seguito della separazione dei coniugi, l’ammontare del contributo dovuto dal genitore non collocatario per il mantenimento dei figli si basa sul principio per cui ciascuno dei coniugi ha l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito.

 

Per quanto riguarda il mantenimento del figlio maggiorenne, in giurisprudenza risulta chiaro che l’obbligo dei genitori di provvedere al mantenimento dei figli non termina con il raggiungimento della loro maggiore età, ma continua.

 

Le condizioni perchè l’obbligo di mantenimento cessi sono due:

  • quando si dimostra che il figlio o ha raggiunto l’indipendenza economica;
  • quando si dimostra che non svolge un’attività economica a causa di un comportamento inerte o di rifiuto ingiustificato.

 

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Mobbing: cos’è e come dimostrarlo in sede legale

Mobbing: una definizione legale

 

Si definiscono “mobbing” tutti i comportamenti e gli atti che hanno lo scopo di perseguitare un lavoratore, con l’obiettivo di emarginarlo e spingerlo a presentare le dimissioni. Si deve quindi trattare  di una condotta lesiva della dignità professionale e umana del lavoratore, sotto l’aspetto morale, psicologico, fisico o sessuale.

 

Quando questi comportamenti vengono adottati dal datore di lavoro (o comunque da un superiore) nei confronti di un dipendente, si parla di “bossing” (o “mobbing verticale”), se invece vengono adottati da un collega si parla di “mobbing orizzontale”.

 

Quando si può parlare di mobbing

Perché sussista il mobbing non è sufficiente un singolo atto ma è necessaria una pluralità di situazioni. È per questo motivo che la semplice assegnazione a mansioni inferiori non è sufficiente a prevedere una ipotesi di mobbing.

 

Il lavoratore vittima di mobbing può maturare delle vere e proprie patologie, fisiche o psichiche, che possono essere indennizzate attraverso una richiesta di risarcimento dei danni.

 

Si pensi, ad esempio, a un lavoratore umiliato quotidianamente dai propri superiori che contragga una forma di depressione. I danni di cui si può domandare il risarcimento sono di natura:

  • patrimoniale: ovvero tutti i danni quantificabili direttamente in una somma di denaro, come le spese sostenute per le cure piuttosto che per una perizia medico-legale per l’accertamento della presenza di una patologia;
  • non patrimoniale: in generale i danni consistenti nella lesione della salute (fisica o psichica).

 

Mobbing in sede legale 

Dal punto di vista pratico è sempre molto complesso fornire al giudice la prova dei fatti.

Questo perché il lavoratore è tenuto a dimostrare i fatti tramite dei testimoni che normalmente sono anche colleghi e che molto spesso continuano a lavorare proprio alle dipendenze dello stesso datore di lavoro che può essere accusato dei comportamenti illeciti.

Il lavoratore dovrà poi dimostrare l’esistenza dei danni di cui richiede il risarcimento e soprattutto che questi danni siano dovuti agli atti vessatori subiti. In termini legali, si tratta quindi della prova del c.d. nesso causale tra condotta e danno.

 

In questa ultima fase è essenziale il contributo del medico legale che sarà chiamato a dimostrare sia l’esistenza che l’entità del danno oltre che, ovviamente, la sussistenza di un rapporto causale con le vessazioni subite.

 

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Sfratto per finita locazione: come funziona

Cosa succede se l’inquilino si rifiuta di lasciare l’immobile anche al termine del contratto di locazione? O se smette di pagare l’affitto pattuito?

 

Per questi casi la legge prevede delle tutele: è infatti possibile intimare al conduttore (cioè l’inquilino) lo sfratto per finita locazione (secondo quanto previsto dall’art. 657 c.p.c.).

 

L’intimazione può essere effettuata:

– alla scadenza del contratto;

– prima della scadenza dello stesso (in modo da precostituire per tempo il titolo esecutivo necessario ad ottenere il rilascio dell’immobile locato).

 

Cosa succede se l’inquilino continua a pagare il canone a contratto scaduto?

Anche se il conduttore continua a pagare il canone di locazione, infatti, la sola condizione che il contratto sia scaduto legittima il proprietario a richiedere la restituzione dell’immobile locato.

 

Il Giudice, a seguito di un’unica udienza, convaliderà lo sfratto e fisserà una data a partire dalla quale sarà possibile eseguire il provvedimento di sfratto coattivamente, nel caso l’inquilino non decida di farlo in modo spontaneo.

 

Tale procedimento dura mediamente tra 6 e 9 mesi, mentre l’esecuzione forzata del provvedimento è una fase successiva e solo eventuale.

 

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Litigi e minacce tra vicini: cosa si rischia?

Cosa prevede la legge nel caso di una lite tra vicini di casa?

 

Le liti tra vicini e condomini sono all’ordine del giorno. Non è raro che, giunti al limite della sopportazione, si oltrepassi il limite e si arrivi agli insulti, se non peggio. 

 

Cosa succede in caso di minaccia a un vicino di casa? Può scaturirne un processo penale?

 

In teoria sì: il vicino che è stato minacciato può infatti denunciare il fatto alle Autorità. Tuttavia, la Cassazione ha di recente accolto il ricorso di una persona condannata sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello per minacce nei confronti del suo vicino di casa (sentenza n. 6756/2020), concludendo che “il fatto non sussiste”.

L’importanza del contesto

La vicenda in questione riguarda un uomo che, in un contesto di continui litigi dovuti a questioni condominiali, inviava al suo vicino lettere contenenti frasi come “te la faccio pagare” o ancora “prega perché solo la Madonna ti può salvare”.

 

Il destinatario di tali messaggi ha sporto denuncia. Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello hanno riconosciuto il vicino colpevole del reato di minaccia (art. 612 del Codice Penale) e lo hanno condannato anche a versare un risarcimento. Questi ha però deciso di proseguire nella propria difesa, impugnando la decisione davanti alla Corte di Cassazione.

 

E, in effetti, la Cassazione gli ha dato ragione considerando che “non si è tenuto in alcun conto del contesto in cui avvennero i fatti […]. Questi si collocano in una situazione pur conflittuale dovuta a rapporti condominiali, che tuttavia non risultano seguiti da alcuna condotta attuata concretamente ai danni della parte lesa, restando privi di ogni ulteriore progressione dell’azione intimidatrice. Le frasi, peraltro, fanno riferimento, del tutto genericamente, ad una conseguenza negativa”.

 

La Corte ha anche sottolineato che: “Nel caso al vaglio, invece, è emerso che la stessa parte lesa, nel corso della sua deposizione ha dato atto della finalità perseguita mediante l’inoltro delle missive, con riferimento all’esigenza di mettere in ridicolo la sua persona”.

 

In sostanza, la Cassazione ha ritenuto che, visto il contesto e visto il reale tenore e contenuto delle missive, più canzonatorio che effettivamente intimidatorio, il caso di specie non integri il reato di minacce.

 

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Accordo di divorzio: è possibile modificare le condizioni già accettate?

È possibile modificare le condizioni decise in sede di divorzio?

 

Spesso, dopo la pronuncia della sentenza di divorzio, la situazione che ha portato a stabilire determinate condizioni cambia. Per una o entrambe le parti in causa diventa quindi necessario apportare delle modifiche: è possibile?

 

Ad esempio, se dopo la sentenza intervengono fatti ed eventi nuovi, o muta la situazione finanziaria delle parti, è possibile chiedere la modifica delle condizioni economiche attraverso lo strumento della revisione dell’assegno divorzile.

 

Anche i figli della coppia divorziata, una volta raggiunta la maggiore età, possono richiedere modifiche alle condizioni che li riguardano.

Cessazione dell’obbligo

Anche le condizioni dell’assegno divorzile possono cambiare. Ad esempio, nel caso della morte di uno degli ex-coniugi, il passaggio a nuove nozze o l’inizio di una convivenza di fatto del coniuge che percepisce l’assegno.

 

In questi casi, l’obbligo di versare l’assegno divorzile cessa automaticamente, senza che sia necessario attivare alcun procedimento.

 

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Le questioni che ci vengono poste più di frequente

Nella nostra esperienza questi sono i temi con i quali più spesso siamo venuti in contatto, ma queste sono solo alcune delle domande a cui possiamo aiutarti a dare una risposta: puoi rivolgerti a noi per qualunque questione legale sia per te fonte di preoccupazione.

Rivolgiti a noi per trovare la strada più semplice per risolvere il tuo problema.

Ho subito un incidente stradale, qual è la prima cosa che devo fare?

Sono inciampato su un marciapiedi dissestato, posso chiedere i danni a qualcuno?

Penso di essere stato vittima di un caso di malasanità, come mi devo muovere?

Voglio separarmi, a cosa vado incontro?

Ho continue discussioni con il mio vicino di casa, come posso risolvere la situazione una volta per tutte?

Come posso risolvere un problema con il mio datore di lavoro?

Ho ricevuto una multa, sono in tempo per impugnarla? come devo procedere?

Ho ricevuto un’eredità ma non riesco ad accordarmi con gli altri eredi, come mi devo comportare?

Mi è stata donata una casa, posso venderla?

Devo cambiare casa, ma so che alcuni condomìni non accettano animali domestici, possono farlo?

Il mio gestore telefonico mi addebita dei costi poco chiari, posso contestare la bolletta?

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Assegno divorzile: cosa succede quando muore un ex-coniuge?

Assegno divorzile e morte di un ex-coniuge: cosa prevede la Legge?

Per capire cosa quali siano le conseguenze sull’assegno divorzile stabilito in sede di divorzio, bisogna distinguere tra due casi: quando viene a mancare l’obbligato (ossia il coniuge tenuto a versare l’assegno) e quando viene a mancare il beneficiario (il coniuge che riceve l’assegno).

Assegno divorzile e morte del coniuge obbligato

In caso di morte dell’obbligato, la legge italiana ha introdotto l’assegno a carico

degli eredi, qualora il beneficiario versi in stato di bisogno

Il giudice, quindi, valutata la situazione caso per caso, potrà obbligare gli eredi del defunto a corrispondere l’assegno al posto dell’ex-coniuge deceduto.

Assegno divorzile e morte del coniuge beneficiario

Qualora il defunto sia chi riceveva l’assegno, quest’ultimo non deve più essere versato: parliamo infatti di un diritto che non prevede la trasmissibilità agli eredi.

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